Riflessione sugli “standards” della cinofilia.

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Cibo per cane corso
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Gli “standards of points” di molte razze curate dalla cinofilia ufficiale, compreso quello del Cane da Pastore Maremmano Abruzzese, consistono in descrizioni morfologiche, mentre ciò che riguarda il comportamento relativo alla loro funzione/lavoro viene appena sfiorato se non omesso del tutto. È come se oltre alla definizione dell’animale in condizione statica non ci fosse altro da dire. Come si è giunti a questo modo di classificare? Mi vengono in mente tre possibili spiegazioni.
Una classificazione analoga a quella usata per le specie selvatiche. Questo approccio è una derivazione spuria dalla Sistematica, ovvero il metodo di classificazione scientifica della Fauna e Flora nata nel ‘700. La sistematica classica dei mammiferi si basa molto sullo scheletro, specialmente sul cranio, e poi vengono in second’ordine tutte le altre caratteristiche anatomiche e morfologiche. Si tratta di una definizione dell’organismo statico, in pratica si fa sull’esemplare morto e dissezionato. Per le specie selvatiche il metodo anatomico è giustificato ed è ancora oggi usato, ma è inappropriato per quelle domestiche dove la discriminante vera è nel tipo di servizio che offrono all’uomo. Nei bovini domestici, ad esempio, quello che fa la differenza è la resa effettiva in carne, in latte, in lavoro, e non in eventuali differenze somatiche (secondo il grande genetista pratico Hagedoorn (1962) quello che si vede fare nelle fiere dove gli “esperti” stimano la potenziale resa di un soggetto in base ad alcuni indizi somatici è pura favola). Ciononostante, nei primi trattati di zoologia le specie domestiche vengono descritte con lo stesso metodo usato per quelle selvatiche. Nella sua decima edizione (1758) del “Systema Naturae”, il sommo Linneo individuava dieci razze canine sulla base di alcune caratteristiche somatiche senza far cenno alla loro funzione. Nell’edizione italiana della sua “Storia Naturale” (1771), Buffon descrive dettagliatamente 26 razze canine con tanto di figure, ma senza dirci in che modo venivano usate. Ma, l’obiezione viene spontanea, il fattore primario che distingue un cane da ferma da un cane da guardia, per esempio, non sta sicuramente negli assi cranio-facciali o nelle angolazioni degli arti; eppure studiosi come Conrad Keller (1902), Antonius (1922), Stephanitz (1950), per citarne solo alcuni, classificavano i cani dai loro crani. (Keller, tra l’altro, misurò anche il cranio del nostro Abruzzese: “An den Schädel eines Abruzzenhundes, den ich unlängst aus Süditalien erhielt, …”). La vanità di tale metodo è dimostrata dalla facilità con la quale le caratteristiche somatiche cambiano in poche generazioni di selezione artificiale. Ciononostante, questo metodo ha attecchito saldamente e continua nei giorni nostri quando persino per le specie selvatiche alla sistematica classica si è affiancata la genetica e l’etologia.


La perdita di importanza delle prestazioni specialistiche della razza. La quasi totalità dei cani posseduti da cinofili oggi non svolgono più la funzione per la quale le razze alle quali appartengono erano state create in origine. Lo scopo del cane è diventato ormai quello di essere “il miglior amico dell’uomo”. Quindi, dato che il compito del cane si è ridotto a dare semplicemente affetto e compagnia al padrone, caratteristica posseduta d’altronde da qualunque cane, razza o non razza, ogni specializzazione funzionale/attitudinale non interessa più. Ora tutta l’attenzione si concentra sull’aspetto esteriore, l’unica discriminante rimasta. Da qui nasce l’interesse smodato per l’aspetto esteriore. Le razze vengono ora descritte come eleganti, maestose, aristocratiche, buffe, coccole, spiritose, ecc. L’appassionato sceglierà quella che ritiene più ornamentale o attraente; quella la cui immagine sembra più affine al suo temperamento, conformandosi più o meno inconsciamente alla massima che “il cane assomiglia al suo padrone”. Molta importanza assumono certi caratteri che nulla hanno a che vedere con l’utilità; quella che nella zoognostica si chiama “bellezza convenzionale o di moda”.
Una visione meccanicistica dell’organismo animale. Nell’800 viene coniato dai francesi il termine “Zootecnia”, cioè la tecnica meccanica applicata all’animale. Secondo questa dottrina gli animali sono semplicemente delle macchine per cui per avere una determinata funzione in un cane bisogna agire sulla sua anatomia progettandola sul tavolo da disegno con calcoli da ingegnere. Costruendo la struttura dell’animale, l’allevatore potrà ottenere le prestazioni che vuole (da guardia, da gregge, da presa, da slitta, da fiuto, da corsa, da guida, da lupo, ecc.). Il classico esempio di questo approccio è il Cane da Pastore Tedesco dove si è cercato di dotarlo di maggiore spinta dinamica restringendo le angolazioni degli arti posteriori secondo i calcoli della meccanica.
Ritroviamo questa visione dottrinaria in uno dei testi raccomandati per la preparazione dei giudici ENCI: “Lezioni di cinognostica” del dott. Ignazio Barbieri (Edizioni ENCI, Milano, 1975). Per questo autore la valutazione funzionale non si fa osservando il soggetto mentre esplica la sua attività specifica: il levriere che prende la lepre, il cane pastorale affrontando il lupo, il cane da ferma quando punta la starna, il cane da tartufi che trova il tartufo, ecc., ma si fa misurando i parametri morfologici dell’animale. Di fronte a questa affermazione viene da chiedere se un cane ha buon fiuto misurandogli il naso. Qualche riga più avanti il Barbieri ribadisce il concetto: “… il cane può essere considerato una macchina vivente, il cui lavoro è diretto a produrre un utile all’uomo. Affinché questo rendimento risulti massimo … è necessario conoscere i congegni più delicati di questa macchina vivente. A questo soccorre l’anatomia che ci mette nelle condizioni di esplorarla profondamente. Infatti, se ad esempio, dovessimo valutare un cane da corsa, noi dovremmo soprattutto fare attenzione alla costruzione degli arti, sia nel loro insieme, sia nelle singole parti.” Cioè, per valutare la funzionalità di un levriere, invece di farlo correre, basta fare delle misurazioni anatomiche! Il Barbieri continua: “Particolarmente importanti sono i concetti di meccanica generale, poiché nella valutazione degli animali destinati allo sviluppo di energia dinamica, è necessario stabilire dalla loro costruzione quale sarà l’idoneità del soggetto a produrre un dato servizio.” In poche parole, concettualmente prima viene la struttura e poi la funzione. Per capire quali prestazioni un cane è in grado di dare basta esaminarlo in condizioni statiche senza sottoporlo alle prove pratiche.
L’impostazione concettuale del Barbieri è ancora imperante nella cinofilia. Nel convegno sul Cane da Corso di Civitella Alfedena nel 1990, la relazione del giudice Mario Perricone, una delle figure di spicco dell’ENCI di allora, conteneva le seguenti frasi rivelatrici: “Se noi, oggi, guardando con occhio analitico un Cane Corso, potessimo descrivere le sue caratteristiche morfologiche con assoluta certezza … saremmo in condizione di disegnare agevolmente la mappa comportamentale della razza, …” e aggiunge: “… la struttura fisica controlla la mappa comportamentale del cane, …”. Da ciò ne consegue che limitandosi a selezionare la razza solo sulla base della morfologia si ottiene ipso facto la funzione desiderata. Secondo tale dottrina, ad esempio, per stabilire se un esemplare di Cane da Pastore Maremmano Abruzzese è idoneo al lavoro con le pecore basta verificare se è tipico morfologicamente.

di Paolo Breber

che ringraziamo per la gentile collaborazione.

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Paolo Breber, di professione biologo, si interessa di cani da quando era ragazzo, ormai molti anni or sono. Egli ama avere accanto a sé un cane, ma al di là di questo sentimento privato ciò che trova obiettivamente affascinante è la storia culturale dell'animale. Considerando che le molte razze di oggi derivano tutte da alcuni tipi basilari già perfettamente formati migliaia di anni fa, l'abilità mostrata da remote culture nel creare tipi come il levriere, il cane da fiuto, il cane da presa, il cane pastorale, ecc., sviluppandoli da forme indifferenziate, rivela una finezza che egli considera alla stregua di ciò che l'uomo ha espresso più famosamente con i monumenti d'arte, la letteratura e l'architettura. È questo il pensiero che ha ispirato le sue ricerche. Breber ha incontrato il cane da corso negli anni Settanta quando questo era sul punto di scomparire e ciò lo ha portato ad attivare un progetto per salvare il residuo patrimonio genetico. Le cose da allora sono andate avanti e qui vengono raccontate le varie vicissitudini legate al recupero della razza. Breber scrive articoli e libri sui cani dal 1969.

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